Dieci anni

Posted by admin under Incontri Erotici on martedì Nov 1, 2022

Dieci lunghi anni erano ormai passati da quando Virginia, ancora una giovane fanciulla, aveva affrontato le tenebre dell’aldilà, salvato l’anima di Sir Simon e sposato il suo amato Lord Cecil.

Nonostante i suoi americanissimi genitori si fossero infine integrati alla perfezione tra la nobiltà della verdeggiante campagna di Ascot, ancora faticavano a mantenere un certo contegno, quando Virginia doveva presentarsi come Lady Cheshire. I gemelli poi, neanche a dirlo, si erano fatti dei giovanotti alquanto attraenti e, ovviamente, avevano dirottato il loro amore per le marachelle verso guai di natura decisamente più mondana. Di certo i pettegolezzi sulle loro prodezze non mancavano, ma le dicerie, molto probabilmente vere, sui loro supposti scambi di persona ai danni povere giovincelle di paese, non turbavano i signori Otis e certamente nulla facevano per offuscare la grazia di Virginia, che sempre, seppur benevolmente, veniva schernita dai giovinastri per la sua pomposa condizione di duchessa. E infine c’era Washington, che si comportava come il solito vecchio asociale Washington, tutto azione e niente chiacchiere.

Ora, si avvicinava in questo periodo, la festa di Halloween e da bravi americani, i signori Otis avevano trasformato la splendida tenuta di Canterville Chase in un vero e proprio luna park degli orrori (seppur il vero orrore, agli occhi dei più, fosse l’aver ridotto una tale magnifica residenza, simbolo del potere e della perfezione dell’architettura neogotica inglese, in un fenomeno da baraccone). Sebbene l’eccentricità della famiglia fosse mal tollerata dai più snob dell’aristocrazia locale, nondimeno portava una ventata di allegria nell’uggiosa campagna anglosassone ed era perciò guardata con (alle volte finta) benevolenza dall’altera società rurale. Virginia naturalmente era abituata all’esuberanza della famiglia e, nonostante fosse sempre stata una ragazza riflessiva e riservata, anche lei traeva divertimento dalle stranezze della famiglia.

Per la festa, naturalmente, l’intera famiglia Cheshire era stata invitata a Canterville: quale location migliore per festeggiare Halloween, dell’ex dimora di un vero fantasma? D’altronde i pragmatici signori Otis non si sarebbero mai lasciati sfuggire l’occasione di creare un vero e proprio business attorno alla terrificante storia del povero Sir Simon di Canterville (che la sua anima riposi in pace in paradiso accanto all’amata moglie, eccetera, eccetera). Così la casa era sempre in fermento: visite guidate, notti spaventose a tema, ricostruzioni storiche del XVI secolo e i gemelli che di notte si fingevano il fantasma, spaventando gli ignari ospiti (o infilandosi nel letto di qualche signorina).

Quello che nessuno, a parte Virginia, sapeva, era che questo Halloween sarebbe stato molto molto speciale. La giovane donna non aveva mai rivelato a nessuno, nemmeno al suo adorato Cecil, cosa avesse visto nell’oscurità del mondo dei morti, né cosa si fossero detti quella notte lei e Sir Simon. Lui l’aveva lasciata con una promessa prima di andare finalmente in pace: verso il volgere del secolo, durante la festa in cui il mondo dei vivi e quello dei morti si uniscono in una sola realtà, lui sarebbe tornato per ringraziarla del suo coraggio.

Durante il soggiorno Virginia e Cecil avrebbero alloggiato nella stanza del secondo piano vicino alla stanza della musica. Il primo passo all’interno della vecchia casa di famiglia le fece palpitare il cuore. Avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco per tutto il tempo delle festività, ma il momento per il quale smaniava con trepidazione e che dall’inizio dell’anno la tormentava era quella fatidica notte. Gli ultimi dieci anni con Cecil erano stati i più felici della sua vita, era divenuta madre, aveva un matrimonio perfetto e tuttavia, per quanto ci provasse, non riusciva ad abbandonare il ricordo e la promessa del suo cavaliere. E invero era da un po’ di tempo che pensava a lui come al suo cavaliere. Non ne aveva alcun diritto, lo sapeva, lui apparteneva ad un’altra, seppur morta da tempo e così faceva un torto al suo amato marito, ma il pensiero, per quanto si punisse nelle solitarie ore trascorse immersa nei suoi pensieri, non l’abbandonava.

***

“Che giornata, cara. La tua famiglia riesce sempre a dilettare e al tempo stesso esaurire ogni singola fibra del mio essere. Un vero talento”.
Lord Cecil era elegantemente reclinato su una scura poltrona Voltaire, le gambe incrociate sullo sgabello corredato e sorrideva stanco alla moglie.
“Via via, non è stata la fine del mondo. Non ancora comunque… ma hai ragione, sembra che per i gemelli non siano affatto passati dieci anni e mia madre non la finiva più di parlare di quanto fosse stato conveniente l’acquisto di quelle sciocche decorazioni da giardino”.
“Ti prego cara, non farmi commentare la rozzezza dei giardini, è già sufficiente che abbia dovuto posarci lo sguardo” disse Lord Cecil con un teatrale gesto esasperato del braccio e le bocca corrucciata.
Virginia ridacchiò sommessamente alle buffonate del marito. Sapeva essere così irritantemente e squisitamente inglese con una semplice espressione del volto a volte.
“Beh, dato che hai già avuto il dispiacere di vederli oggi, sono certa che domani, quando ti presenterai ai nuovi turisti, non avrai un’espressione tanto sconcertata”.
“Stai celiando?”
“Affatto.”

Lord Cecil la guardò incredulo e inorridito, ma Virginia rispose con un’espressione di finta innocenza che fece trasparire tutta l’impossibilità del marito di poter avere un’opinione in merito. Esasperato e distrutto, levò le braccia al cielo, si alzò dalla sedia e si cambiò negli abiti da notte. Poi con fare drammatico e svenevole si lasciò cadere sul letto. A volte era proprio un bambino. Anche Virginia si cambiò d’abito, si infilò nel letto e attese. Il sonno non sarebbe mai venuto. Rimase immobile, fingendo di dormire, aspettando che Cecil sprofondasse col respiro pesante nel suo sonno ristoratore e nei suoi sogni consolatori. Passarono due ore; le parve un’eternità. D’un tratto il grande pendolo della hall risuonò come un gong il primo rintocco.

Uno. Virginia alzò le coperte.
Due. Scese dal letto.
Tre. Uscì scalza dalla porta.
Quattro. Si diresse verso la stanza della musica, l’attrazione irresistibile. Non sapeva cosa fare, Simon non le aveva detto nulla, lo sentiva e basta.
Cinque. Un’arpa risuonò nel corridoio.
Sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici…

Il cuore le batteva così forte da scuoterle il petto, se lo sentiva in gola, l’aria un sibilo che lasciava a stento le sue labbra.

Aprì la porta scricchiolante. Sir Simon di Canterville era seduto all’arpa e la pizzicava dolcemente. Non era più la figura emaciata che aveva lasciato dieci anni prima alle soglie del paradiso. Era come un tempo, come nei dipinti appesi alle pareti, la prima volta che era entrata a Canterville Chase. Era vigoroso e giovane e bello.

Sir Simon alzò gli occhi, li posò su di lei, liberò un sospiro nella brezza fredda che entrava da una finestra aperta. Gli spiragli di luna che penetravano dalle tende gonfie mostravano la sua vera condizione. Una trasparenza inumana, tagliata dalla luce lattescente che si mescolava come fumo ai bordi della sua figura.

Virginia trattenne il respiro. Immobile. Oh, quanto aveva bramato di rivederlo ancora una volta, quanto aveva sognato di donare a quelle mani ruvide, memori solo della spada e della guerra, il morbido tocco della sua pelle. Lasciò vagare il suo sguardo sul corpo di Simon: gli stivali con gli speroni, simbolo del suo rango, i pantaloni di cuoio neri fasciavano le sue cosce muscolose e il farsetto avvolgeva le spalle larghe e il busto in una cascata di foglie di broccato dorate. Al dito portava un anello con un rubino che scintillava nella penombra. Il suo volto tradiva l’emozione sotto il contegno signorile: le labbra dischiuse in un’espressione di meraviglia e desiderio, contornate dai folti baffi e il pizzo, gli occhi azzurri bordati di rosso che trattenevano a stento la brama e il pianto, i capelli, tenuti all’indietro in morbide onde che si arricciavano alla base del collo, scossi appena dal tremito dell’intera sua figura, di un’anima che si strugge ma non osa, tesa come la corda di un arco. Non osava Sir Simon, negli occhi, la paura e la trepidazione per il momento tanto atteso, ma anche una richiesta, una supplica e una promessa. Non avrebbe agito senza il suo consenso; lei sola aveva il potere di decidere.

Fece un passo in avanti Virginia, circospetta, incerta sotto il suo sguardo così intenso. Poi prese coraggio e lentamente lo raggiunse. Era alto, non più l’uomo curvo e spento che aveva appoggiato la testa al suo petto in cerca di consolazione. Ora era lei a sfiorare coi capelli la sua guancia.

Virginia si accostò a lui senza toccarlo, le mani stringevano la sua camicia da notte. Invece appoggiò delicatamente la fronte alla sua guancia, chiudendo gli occhi. Simon li chiuse a sua volta, immobile, solo un lieve sospiro lasciò trasparire la sua commozione.

Si guardarono.

“Sei qui”.

“Ma certo” rispose lui in sussurro.

Virginia portò una mano al suo volto, lui chiuse nuovamente gli occhi e chinò la testa da un lato per offrirle la guancia e permettere al calore di quel corpo vivo di penetrare nella sua pelle. Lei assaporò la sensazione della pelle ispida sul suo palmo, il lieve raspio delle sue unghie nella sua barba l’unico suono sopra il suo respiro. Si avvicinò sfiorando col seno il suo petto e lasciando scivolare una mano sul suo farsetto fino al suo cuore fermo. D’un tratto le mani di Simon coprirono le sue e le sue labbra sfiorarono il centro del suo palmo, mentre lei studiava la sua espressione. Lui riaprì lentamente gli occhi e, senza mai abbandonare i suoi, lasciò scivolare la mano dalle dita che tenevano il suo volto lungo l’avambraccio di Virginia per fermarsi esitante a sfiorare il suo fianco, in una richiesta silenziosa, che lei concedette, andando a intrecciare invece le sue dita nei capelli dietro al suo collo.

Rimasero così a lungo, premuti appena l’uno all’altra, le fronti ad un soffio dall’appoggiarsi, mentre ondeggiavano dolcemente sul posto al suono dell’arpa da lui incantata.

“Non hai dimenticato quello che ti dissi allora. Mi hai aspettato.”

“Non mi dicesti veramente tutto però, non è così? Persino allora, così giovane, sapevo che celavi parte della verità”.

“E’ così, ma proprio perché così giovane, io, in cuor mio, non ho potuto dirti tutto”.

“Perché?”.

“Perché io ero morto e tu avevi il diritto alla possibilità di essere felice in questa vita, con un uomo che ti amasse e che ti desse tutto ciò che a mio tempo ho avuto anch’io. Non potevo legarti a qualcosa che non aveva un futuro e tu così acerba avresti permesso, che ciò che ti ho nascosto, ti condizionasse per tutta la vita, senza darti l’opportunità di vivere questo mondo. Dopotutto, il tempo di sperimentare la morte e ciò che ne consegue arriva sempre ed è molto più di quello che ci è concesso su questa Terra”.

Simon tacque per un po’, concentrato a raccogliere i pensieri e un’ombra di rammarico passò sul suo volto.

“Hai potuto sperimentare un matrimonio pieno d’amore e la gioia di essere madre. Non merito questo privilegio e tu non meriti le conseguenze di ciò che devo dirti, ma sono debole e sono riuscito a concederti solo questi miseri dieci anni”.

“Mio caro Simon, sono pronta alle conseguenze, ti prego, ti prego ora, non tacermi più la verità, poiché non sono più una fragile ragazzina! Non dopo ciò che ho veduto”.

Le lacrime minacciavano di sgorgare da quegli occhi supplichevoli e Sir Simon non l’avrebbe sopportato. Poggiò infine la sua fronte a quella di Virginia, le palpebre serrate, la fronte corrugata, la mano che stringeva quella sul suo petto come per darsi forza.

“Per tutto il tempo durante il quale mi stetti accanto dieci anni fa, non facevo altro che pensare di averti già incontrata ed era così! Dio solo sa come ho potuto dimenticare il volto della donna cui feci il torto più grande, ma col passare dei secoli il suo ricordo si affievoliva insieme alla mia speranza e così non ti riconobbi, finché non giungemmo nell’aldilà. Solo allora compresi davvero, che per tutto quel tempo tu mi avevi ricordato Eleanor, perché tu eri Eleanor! Nella mia impazienza di ricongiungermi con lei nell’altro mondo per poterle chiedere perdono, non mi resi conto che lei era già tornata, già accanto a me e mi aveva perdonato. Capisci ora perché tacqui? Come avrei potuto legarti a me con una tale rivelazione e privarti di una vita vera e piena?”. La sua voce tremava, il suo contegno spezzato.

Virginia lo guardava mentre le lacrime solcavano le sue guance.

“Oh Simon” disse in un sussurro meravigliato.

“Non ho alcun diritto, alcun diritto di…”. Un dito si posò sulle labbra di Simon.

“Credevo di esser pazza ad amare un fantasma, ma ora tutto ha senso”.

“Virginia…”.

“E’ tutto a posto Simon. E’ tutto a posto, va bene. Ho sempre desiderato la tua pace amore mio e se questa notte te la donerà infine, sarò tua. Amo Cecil, voglio vivere questa vita fino in fondo e resterò con lui fino al giorno della nostra dipartita. Ma quando quel giorno arriverà spero che ricambierai il favore e sarai dall’altra parte ad attendermi per recuperare il tempo perduto. Come hai detto tu, allora ne avremo in abbondanza”.

“Mia cara Virginia, lascia che questa notte ti dimostri l’amore che non ho saputo darti secoli orsono. Porterò questo ricordo con me finché non sarà giunto il momento e quando lascerai questo mondo sarò lì ad accoglierti”.

Simon si chinò piano su di lei e sfiorò le sue labbra; dopo qualche istante si incontrarono infine in un casto bacio carico di emozione. Si fermarono un istante per assaporare il primo contatto e guardarsi negli occhi sorridendo, poi lui le circondò la vita e la schiena con le forti braccia e la attirò a sé, lasciandola in punta di piedi, mentre lei affondava le mani nei suoi capelli per avvicinare il volto al suo. Il secondo bacio fu pieno di passione, lento e liberatorio, i due amanti si stringevano, riversando in quel bacio dieci anni di attesa, separandosi appena per riprendere fiato prima di rituffarsi l’uno sulle labbra dell’altro.

Si fermarono infine, ansimanti, sebbene lui non necessitasse di respirare. Il calore di lei aveva cominciato a riscaldare il suo corpo freddo sotto gli abiti e a ricordargli l’ardore della vita. La sollevò da terra, attraversò la stanza e la depose sulla chaise longue vittoriana di un chiaro indaco, i bruni capelli di lei si mischiavano nel buio tra i ricami neri. La adagiò sul velluto e la coprì col suo corpo mentre continuava a baciarla. Scese sul collo, sulla clavicola, in mezzo ai suoi seni, mentre le mani vagavano sui fianchi sotto la candida camicia da notte. Le gambe di Virginia si schiusero per cullarlo nel suo grembo e le sue dita cominciarono ad aprire i bottini del suo farsetto. L’indumento cadde a terra insieme agli stivali e Simon rimase in pantaloni e camicia bianca con un profondo scollo a v che lasciava intravedere il petto muscoloso. Vi pose le mani Virginia, finalmente a contatto con la pelle appena tiepida, per poi risalire lungo il collo e nei suoi capelli, mentre lui reclinava il capo all’indietro con gli occhi chiusi ad assaporare il suo tocco. Si chinò a baciarla di nuovo e in un istante di impazienza sollevò l’abito da notte e glielo sfilò, lasciandola nuda sotto di lui. La ammirò alla fioca luce lunare, la pelle candida e le gote rosee, i seni pieni, i fianchi torniti dalla maternità e le curve morbide.

“Ti sei fatta una donna splendida mia cara”.

Ricominciò a baciarla, venerando quel corpo come un idolo sacro. Un bacio sul petto, un tenero morso sulla spalla, la lingua su un capezzolo. Lei sospirava ad ogni tocco, guaiva ad ogni morso e intanto trascinava le unghie sulla sua schiena portando con sé la camicia, sfilandogliela. Nel frattempo Simon era giunto all’inguine e scendeva verso l’interno della sua coscia; la mordicchiò con un sorriso mentre lei rideva per il solletico, poi si spostò tra le pieghe del suo sesso e il riso divenne un gemito quando la sua lingua dischiuse le sue labbra. La sua lingua risalì lentamente fino al clitoride e cominciò a leccarlo lentamente, alternando brevi colpetti a lunghi movimenti circolari. Le sollevò le gambe sulle spalle e continuò così, implacabile, senza accelerare, finché non la sentì tremare tra le sue braccia. Una mano afferrava quasi dolorosamente i suoi capelli e l’altra era sulla sua bocca per fermare i gemiti che minacciavano di scappare ed essere uditi dagli ospiti, solo a qualche porta di distanza. La sua schiena era inarcata, le lacrime intrappolate nella ciglia mentre lui continuava il suo assalto e poi, all’improvviso, Simon infilò due dita dentro di lei e Virginia rilasciò un lungo gemito sommesso e venne sulle sue labbra a lungo e dolcemente, finché con la mano spinse delicatamente lontano da sé il capo di Simon.

Simon la appoggiò nuovamente al cuscino e ammirò il suo lavoro. Quando il cuore di Virginia si calmò, fu scossa da un brivido, l’aria della notte fredda sulla sua pelle sudata. Lui avrebbe voluto possederla subito, in quel preciso istante, ma ancora attendeva il suo consenso, nonostante fosse evidente il gonfiore sotto il cuoio dei pantaloni. Virginia tese una mano verso di lui, Simon la attirò a sé, si mise in ginocchio sulla sedia e la appoggiò sulle sue gambe. La morbidezza umida tra le sue gambe si poggiò sul membro ancora ingabbiato di Simon e quest’ultimo trasalì al contatto. Lei lo baciò ancora allora, trascinando il suo sesso sul cuoio ruvido in corrispondenza del gonfiore. Sospirava Simon ad ogni contatto, poi le mani di Virginia andarono ai lacci dei suoi pantaloni, li allentarono e una mano scivolò all’interno, stringendolo tra le dita. Lui ebbe un sussulto a quelle carezze delicate ma decise. Non poteva più resistere. Si alzò e si sfilò i pantaloni. Rimase nudo davanti a lei, mentre Virginia ammirava la sua figura innaturale alla luce fioca. Un altro brivido la scosse e Simon si affrettò a coprirla col suo corpo. Lei si sdraiò sulla sedia e lo accolse tra le sue braccia. Rimasero così per un po’, mentre lui spingeva ritmicamente il membro contro il suo clitoride.

“Ti prego…”.

Lei annuì semplicemente nell’incavo della sua spalla.

Un braccio si fece strada in mezzo ai loro corpi, lui si prese in mano e si guidò alla sua entrata. Con un movimento fluido, ma controllato. Entrò di qualche centimetro e si fermò quando incontrò resistenza, tornò indietro e affondò di nuovo, sempre più a fondo, finché non fu completamente circondato da lei. La sua fronte ricadde sul bracciolo della sedia. Da quanto tempo, da quanti secoli non provava una simile sensazione. Un tremito e un singhiozzo sfuggirono al suo corpo, mentre le mani di Virginia accarezzavano i suoi capelli e la sua schiena nel tentativo di confortarlo. Dopo alcuni istanti Simon cominciò a muoversi, piano, poi con affondi sempre più lunghi per assaporare ogni centimetro. Virginia lo accoglieva malleabile. Continuarono così per un tempo che parve infinito, godendo semplicemente della vicinanza dell’altro, finché non furono completamente bagnati in mezzo alle gambe. D’un tratto Simon cominciò ad aumentare il ritmo; il suo respiro affannoso, artefatto da un antico riflesso, si posava freddo sulla guancia di Virginia. La prendeva con vigore ora, lei lo sentiva toccarla in profondità e accendere il suo desiderio sempre di più. Le sue mani torturavano i suoi seni. Acuti gemiti sfuggivano dalle labbra di Virginia e Simon li ingoiò, baciandola con fervore. Ancora qualche spinta e Virginia venne tremando, avvinghiata lui, il sangue che le pulsava nei timpani. Una volta che si fu accasciata sulla sedia, Simon fece per fermarsi, ma lei lo tenne stretto a sé.

“Continua amore mio”.

A Simon sfuggì un lamento sconfitto, appoggiò un piede a terra per avere una leva migliore e riprese a muoversi dentro di lei. Venne poco dopo, tremando, stringendola a sé e attutendo i suoi gemiti nel cuscino. Rimase così alcuni minuti crogiolandosi nelle carezze di Virginia finché il suo respiro non scomparve di nuovo. Si girò allora, si sdraiò sulla sedia e appoggiò Virginia la suo petto. Rimasero così, nel silenzio, per diverso tempo, accarezzandosi.

Lo fecero ancora in seguito quella notte, l’unica che gli fosse concessa.

***

Il cielo iniziò a tingersi languidamente dei colori dell’aurora. Simon sospirò.

“Il mio tempo su questa Terra è finito. Devo andare, presto mi richiameranno al luogo cui appartengo”.

Virginia accarezzava il suo petto senza dire niente. Cercava solo di fissare nella memoria ogni dettaglio.

Col sorgere del sole Simon diveniva sempre più evanescente. La baciò un’ultima volta.

“Aspettami”.

“Arrivederci mia cara Virginia”.

I primi raggi del sole lambirono la chaise longue e Simon scomparve per sempre da Canterville Chase.

***

Virginia tornò nella sua stanza. Lord Cecil era ancora addormentato. Si infilò a letto.

“Come mai ti sei alzata tesoro?” disse Cecil con voce roca.

“Avevo freddo, ho preso un’altra coperta”.

“Cielo, sei congelata davvero e per di più te ne sei andata in giro scalza. Vieni ti riscaldo io”.

Virginia si accoccolò tra le braccia del marito.

“Perdonami, non me ne andrò più d’ora in poi, promesso”.

“Via via, non intendevo certo sgridarti per una cosa così banale, non è necessaria tanta contrizione”.

Virginia sorrise. Non aveva compreso. Naturalmente non aveva compreso, ma lei avrebbe mantenuto comunque la sua promessa.

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I cinque peccati di Eve

Posted by admin under Incontri Erotici on martedì Nov 1, 2022

Un sospirò fuoriuscì dalle labbra socchiuse, era un rituale annuale quello che stava eseguendo, il continuo ed insistente cercare una speranza, un qualcosa di diverso in quell’eterna trappola dell’anima. Era rinchiusa in quel loop, in quella sua fuga verso un uomo che non l’aveva mai aspettata nel bosco, che non era mai corso da lei come promesso. “Non voglio andare” aveva sussurrato all’oscurità mentre il corpo in brandelli gridava, mentre gli ululati si mischiavano al rumore di denti, di carne strappata, di urla, le sue urla. “Non voglio andare” aveva sussurrato e l’oscurità l’aveva ascoltata e lei era stata così stupida da credere che il prezzo sarebbe stato meno doloroso di un cuore spezzato, della morte, del calore della fine. Aveva scelto di non avere fine, di essere eterna, una pallida ombra nel mondo che si muoveva senza essere vista se non il giorno di Halloween, se non il giorno in cui mostri e spiriti dannati non camminavano sulla terra.

“Non sei stanca, Eve?” Eve, la peccatrice, Eve colei che si era fatta ingannare due volte prima dallo stesso che sussurrava al suo orecchio e poi da un uomo qualunque. “Non dovevi darmi ciò che volevo.” gli disse, il tono basso, la voce fragile come quella che aveva avuto nel giardino dell’Eden. La prima donna, intrappolata in una gabbia dorata con un uomo che pensava di possederla solo perché era stata creata dalla sua costola, come se lei non potesse avere desideri, volontà, aspirazioni, come se dovesse amarlo per forza. E quel suo desiderare l’aveva condannata, lo aveva fatto così tante volte e alla fine si era lasciata sedurre da quella voce melensa, dalle sue promesse. “Io ho sempre il vizio di darti quello che vuoi purtroppo, strano che tu non abbia ancora capito che è il Diavolo a concedere la libertà di scelta. Io ti ho solo aperto una strada, ma sei tu ad averla imboccata.” Le disse, le dita che sfioravano il suo collo in una morbida carezza, la detesta eppure è così calda.

Era una danza che continuavano da troppo tempo, da troppo. “Eve, tu hai morso la mela ed hai ottenuto ciò che volevi: la libertà.” Glielo ricordò con un soffio dolce prima di lasciare un bacio tra il collo e l’orecchio, il bacio di un amante che la portò a sospirare. Resisteva a lui da secoli e da secoli lui continuava ad andare da lei quando compariva, ogni Halloween, ogni anno come se fosse un qualche anniversario, come se tra di loro ci fosse qualcosa di più di una semplice danza. Aveva ballato con lui, si era fatta stringere da lui, aveva passato notti di Halloween intere a guardare il mondo cambiare e guardarsi la mattina scomparire per tornare al suo sonno per poi ricomparire l’anno dopo e lui sembrava quasi attenderla.

All’inizio non si parlavano, lei non gli rivolgeva nemmeno la parola oppure cercava di colpirlo, ma lui tornava sempre, lo faceva ogni volta come in quel giardino. Lo ricordava, ricordava il suo essere un serpente, il suo mormorare dagli alberi senza farsi vedere, il suo raccontargli di poter diventare qualcosa di diverso da quello che era. “Non vorresti di più?” Le aveva chiesto una volta e lei aveva detto di sì, che voleva di più, che voleva essere. Non sapeva da dove venisse quella foga, Adamo non sembrava conoscerla, era come se lui non fosse fatto di terra e fuoco, ma solo di fango mentre a lei non rimaneva altro se non l’ardere da sola. E di punto in bianco qualcuno aveva compreso le sue braci, aveva compreso quanto quel fuoco la bruciasse dall’interno e parola dopo parola si era conosciuti, avevano entrambi il medesimo ardore, il medesimo desiderio di fuga e di libertà. Ed era stata libera dopo aver mangiato la mela, una libertà crudele, ma pur sempre una libertà. “L’uomo che ti ha spezzato il cuore è stato da tempo punito, sei certa di non volertene andare?” chiese l’essere d’ombra, le mani che scivolavano lungo i suoi fianchi. “Perché lo hai punito?”. Glielo chiese senza pensarci mentre si voltava verso di lui, verso gli occhi di una sfumatura scarlatta e innaturale quanto la bellezza del suo volto. Era un desiderio, lo pensava ogni qualvolta lo vedeva. “Perché ha osato farti del male.” Le mormorò prendendole la mano per portarsela tra le labbra. “Anche se credi che sia io a volerti fare male” gli fece notare ed era vero, per secoli e secoli aveva creduto che volesse la sua sofferenza, ma dopo tutti quei secoli, le sue certezze si stavano sgretolando. “Non avrei mai voluto vederti soffrire, ma ho sottovalutato l’Ira di mio padre” aggiunse, un altro bacio e la sua voce era così dolce, quei baci così morbidi.

Da quanto tempo non veniva baciata? Da quando Lui le aveva promesso una vita diversa, da quando era scappata da Adamo e il suo possesso, dai suoi baci rozzi, dalle spinte delle sue anche, dalle sue mani che stringevano con forza nel cuore della notte come se fosse solo un pezzo di carne. “Balla con me.” Le chiese e Eve si ritrovò a sorridere, un sorriso delicato, lo stesso che aveva dedicato al serpente dopo una settimana di incontri segreti, di parole sussurrate. “Mi mancava quel sorriso.” aggiunse infine, il corpo che iniziò a muoversi a ritmo di una musica azionata dalla magia, la stessa che la faceva essere umana per una sola notte l’anno. “Perché torni ogni anno?” gli chiese, si era prefissata un numero di risposte diverse, avevano avuto nella mente quella conversazione da secoli e secoli. “Perché mi manchi ogni anno.” rispose, lo fece semplicemente e purtroppo Eve sapeva bene che il diavolo non era solito mentire, no, lui dice la verità e ti inganna con i tuoi stessi desideri, i tuoi stessi pensieri. “Perché spero di vederti ogni anno rinunciare a questa prigione anche se significherebbe dover discendere gli Inferi.” continuò, lo sguardo che cercò il suo mentre il volto si avvicinava, la languida curva delle labbra si dischiudeva di nuovo. “Perché mi mancano i nostri discorsi all’ombra del melo, perché mi manca guardarti dalle mie ombre. Perché spero ogni anno che tu decida di essere almeno un po’ mia.”

Un mormorio quello del Diavolo, come aveva potuto non comprenderlo? Era un angelo corrotto, era il vizio, era l’essenza stessa dell’umanità e come l’umanità stessa desiderava, sognava, soffriva di ogni vizio esistente e l’amore era il vizio più grande. E lei era stata così sciocca da non averlo compreso, da non averlo visto avvicinarsi a lei Halloween dopo Halloween, notte dopo notte, chiacchierata dopo chiacchierata. Pensava fosse il suo gioco, invece era ciò che desiderava, ciò che lo portava a sé come se lei fosse il sole e lui un umile pianeta.

Lo baciò, un bacio caldo e delicato che venne accolta con la sorpresa di un amante che non crede di poter essere ricambiato. Lo baciò lasciando che le labbra scoprissero quella bocca ancora sconosciuta, calda, dolce nonostante a possederla sia il peccato fatto carne. “Vieni via con me” un sussurro quello di Lucifero che le rimbombò nelle ossa. “Fai in modo che questa sia la tua ultima notte.” aggiunse, una preghiera, poteva tutto ciò che era diverso dal credo pregare? “All’alba” e sentì nuovamente le labbra sulle sue. “Voglio essere umana per questa notte” e voleva sentirlo, voleva sentire ciò che gli umani dicevano di provare da secoli: l’amore, la carne che si univa e non per ciò che Adamo credeva. E prima che potesse aggiungere altro lui la trasportò in quello che sembrava una casa, le labbra che cercavano continuamente le sue, che scoprivano la sua bocca che non si ricordava più i sapori dei baci da troppo tempo. Le mani cercavano i suoi capelli, si intrecciavano tra le ciocche ed era come se l’amore esistesse davvero quella notte.

Poteva davvero esserlo? Era tra le braccia dell’oscurità vivente, di ciò che più di tutti gli uomini temevano eppure era più dolce dell’uomo per cui era stata creata, più dolce di quello che l’aveva abbandonata, più dolci di molti che aveva guardato per strada avvicinarsi alle donne. Lasciò cadere la semplice veste, armeggiò con quello che lui aveva indosso e prima ancora di poterlo guardare si ritrovò spostata sul letto, il corpo nudo, il petto che si alzava e abbassava velocemente mentre cercava di riprendere fiato. “Sono secoli che ti attendo.” Secoli in cui si era presentato, in cui l’aveva dapprima tormentata e poi confortata in quell’eternità che non sembrava avere una fine. Non ribatté, Eve, lasciò che fosse lui a muoversi, a lasciare che la bocca assaporasse la sua pelle, che scivolasse verso la curva del seno. Accidia, aveva atteso per secoli prima di decidersi, si era crogiolata nel dolce far nulla. Le morse il capezzolo, lo prese tra i denti, strinse con forza mentre con la mano libera scivolava verso il basso per sfiorarle le cosce in piccole e delicate carezze concentriche. Lo sentiva sfiorarla, assaporare il suo seno con lingua e denti quasi fosse il suo banchetto e lei un corpo che desiderava da troppo tempo eppure la guardava, la guardava come se volesse che sapesse che era per lei e non solo per lui.

Superbia. Era stata così superba a credere di poter essere libera nel giardino di Dio, di poter avere tutto: conoscenza e libertà e una vita perfetta. Sentì le sue dita scivolare tra le cosce, cercare il suo calore, la carne morbida e bagnata che si nascondeva in una parte di lei che Adamo non aveva mai sfiorato, ma in cui era solo affondato. Una dolce e terribile carezza, un qualcosa di frustrante e che la fece inarcare prima di sentirlo ridere sul suo seno, sulla sua pelle. Altre carezze, ma voleva di più, voleva sentirlo davvero, voleva…voleva, desiderava, era un essere così imperfetto, nato nel peccato prima ancora che fosse creato da Dio. Lo sentì infilarle un dito dentro, farla gemere mentre lo muoveva, mentre lasciava che lui la facesse sentire in qualche modo carne e anima, qualcuno, umana nonostante aveva smesso di esserlo da troppo tempo. Altri baci, altri morsi, la sua bocca che cercava il suo seno e le sue labbra, il suo corpo che rispondeva al suo in una danza mentre un altro dito affondava, cercava di farle provare ciò che l’amore faceva agli uomini. E ora, mentre lo sentiva scivolare fuori da lei, dal suo calore, lo vide sorridere. E lei lo baciò, baciò quel bel sorriso, baciò la sua bocca, il suo collo e scivolò sempre più in basso sentendo il suo respiro farsi più umano, più rapido mentre le labbra sfioravano il suo membro, mentre giocava con lui, con il suo di desiderio. Lo guardò, era una donna nonostante non avesse vissuto appieno, era una donna e voleva sentire il suo sguardo, il suo tentativo di guardarla mentre la lingua giocava con la punta di quella durezza, di quel membro così vigoroso come solo il re della Lussuria poteva avere.

Gola, il desiderio di divorarlo, di sentirlo gonfiarsi nella sua gola, di sentirlo sussurrare il suo nome tra un ansito e l’altro, nel sentire il suo involucro di carne e sperare che anche il Diavolo stesso si senta umano per una notte. Lo divorò con la bocca, succhiò con la stessa avidità con cui aveva morso la mela, lasciò che le mani modellassero la base e la aiutassero prima di scivolare verso il basso e l’alto in una danza fatta da respiri affannosi, di gemiti, della sua lingua che sfiorava la carne e di lei che cercava di possederlo in qualche modo. E solo quando si staccò lo vide muoversi più veloce, gettarla nuovamente sul letto per poterle aprire con forza le cosce ed essere lui a divorarla. E lei lo voleva.

Lussuria, la stessa con cui lui leccava la sua intimità, la esplorava con la lingua e le dita e con cui lei chiedeva di più, chiedeva ancora, ancora, ancora. Avidità, la stessa con cui la sua mano gli teneva la testa tra le sue cosce, inarcandosi per andargli incontro mentre il piacere la faceva scivolare nell’animale irrazionalità della carne. “Sarò tua, sarò tua, sarò tua.” gli disse, mormorii misti a mugolii che resero la sua lingua più veloce, quasi volesse prendere di più del dolce liquido del piacere, quasi volesse strapparle l’anima dal corpo a colpi di lingua. E prima che potesse toccare il piacere più puro, lui si fermò, lo sguardo scarlatto così vivo da sembrare metallo fuso, da essere non solo un colore, ma lo specchio dell’inferno stesso. “Sarai mia. Sarò tuo.” Mormorò prima di affondare in lei, fermandosi solo per baciarla. Adamo non la baciava quando cercava il suo corpo, Adamo la guardava ansimando, sudava mentre lei rimaneva come un pezzo di stoffa immobile sotto di lui. Un bacio, un affondo, un bacio e l’unione dei corpi, un bacio e il muoversi delle anche, un bacio e una nuova danza. “Voglio darti tutto ciò che desideri” un altro sussurro, il corpo che si muoveva, le gambe che si allacciavano con le sue, i piedi di Eve che si muovevano ad ogni dolce scossa di piacere. Lo aveva fatto: aveva voluto la libertà e l’aveva avuto, non voleva andarsene ed era rimasta per sempre, aveva voluto provare l’umanità e lui gliela stava regalando in una sola notte. “Voglio tutto.” disse con un mugolio, voleva tutto.

Avidità, era avida, avida di lui, avida di vita, avida di morte, avida di umanità, avida e basta. Voleva tutto, voleva lui, voleva il mondo intero. Voleva sentire le spinte del suo corpo farsi più veloci, voleva vederlo gemere per lei, scivolare sotto di lei. Lo spinse, era lei ora a dettare il ritmo, le spinte, la forza, era lei ad amare il Diavolo e non viceversa. “Tutto” ripeté l’oscurità prima di rituffarsi tra le sue labbra. Tutto. E il mondo cambiò spinta dopo spinta portandola in quel mondo dove il Diavolo era il sovrano e lei un’anima dannata come le altre. Halloween era finito e lei per una volta non era più tornata.
Gettò la testa all’indietro, vide l’anima di Adamo in gabbia, costretta a guardarla mentre lei si muoveva sopra il membro del Diavolo. Si scostò e lui non la fermò, la lasciò fare mentre tornava sul suo membro con la bocca, leccandolo mentre i suoi occhi rimanevano fissi sull’uomo che non l’aveva mai amata, ma voleva solo possederla. Avrebbe succhiato quel membro di fronte a lui, lo avrebbe torturato con il suo peccato, lo avrebbe lasciato guardare mentre il Diavolo esplodeva tra le sue labbra dischiuse. Succhiò, lo fece con una nuova foga, con un nuovo desiderio, con qualcosa di più dolce della lussuria. Lui le stava dando davvero tutto, le stava dando una rivincita. Succhiò, lo sguardo fisso verso il dannato, succhiò di nuovo prima di sentire il sapore agrodolce del piacere sulla lingua e aprire la bocca per mostrarlo al
vecchio amante. Sentì il diavolo ridere prima di baciarla di nuovo.

Ira, perché avrebbe continuato ciò che lui faceva da tutta l’eternità: sfregiare le anime di chi l’aveva distrutta.

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Buon Halloween!

Posted by admin under Incontri Erotici on martedì Nov 1, 2022

“Sansone attacca gli altri cani, non c’è niente da fare” mi giustifico con mia moglie rientrando dalla “pisciatina” serale.

“Ebbene maritino mio” mi risponde lei “questo non giustifica il tuo ritardo. Una normale passeggiata prende 20 minuti e tu ce ne hai messi 30.

“Ma non è colpa mia, te l’ho detto, il cane…”

“Non voglio giustificazioni” mi fulmina “Sansone, vai nella tua cuccia!” Lo splendido alano nero obbedisce con prontezza, si fa all’ingresso della villetta ancora aperto e si intrufola nella sua dimora. “Chiudi la porta, maritino mio. Per questo tuo ritardo subirai una punizione, te ne rendi conto?”

“Sì, mi rendo conto” rispondo, rassegnato.

“Vediamo, la scorsa settimana” continua a lei “era il mio onomastico, e sai cosa ti è toccato, me lo vuoi ripetere?

“Mi hai frustato, in ginocchio completamente nudo, nel salotto di casa, col tuo delizioso nome inciso sul petto con una lama presa dalla cucina”.

“Hai buona memoria. E ti ricordi quante frustate ti ho dato?”.

“Sì, mi hai concesso l’onore di contarle, sono 51”.

“E dove ti ho colpito, sii più preciso”.

“30 sulla schiena e 21 sul petto” rispondo.

“Bravo, hai detto bene” mi concede” e come mai ci siamo fermati a 51?

“Mi… mi sono messo a piangere” ammetto io.

“Mi sono messo a piangere, mi sono messo a piangere!” ripete il pappagallo di casa.

Qui bisogna fare un inciso: il pappagallo è il pupillo di mia moglie, ogni suo ordine e ogni mia supplica sono puntualmente ripetuti dal caro animale, durante le nostre piccole vicende familiari.

“Bene” prosegue mia moglie, approvando l’intervento del pennuto” devo ammettere la tua sincerità. “Tu sai, capisci, che hai un debito verso la tua cara mogliettina?”.

“Sì cara” ammetto io” la punizione era di 60 battute”.

“Quindi ne rimangono 9” sibila lei crudelmente “considerando la penale di 30 battute per avere interrotto la tua punizione, più le 40 che meriti per il ritardo di oggi, quanto fa? Rispondimi, visto che fai il commercialista!”.

“79″ rispondo deglutendo” ma ti prego mia cara…

“79! 79!” ripete il pappagallo.

“Non ribattere, accompagnatore di cani, o ti verranno raddoppiate”.

Io mi inginocchio di fronte a lei: “Ti prego, amor mio, non aumentare ancora la punizione”.

“Non lo meriti, ma accondiscendo perché, da quel vigliacco che sei, potresti svenire, e io non voglio vedere il tuo schifoso corpo bianco raggomitolato sul tappeto”.

Mi inchino di fronte a lei fino a baciarle le scarpe.

“Non ti permettere” mi redarguisce “di baciare le mie scarpe prima che io te lo abbia permesso. Ora ti voglio nudo, su presto, spogliati, ti do 30 secondi, dopodiché la punizione aumenterà di 20 colpi! “Trenta secondi! Trenta secondi!” articola il pappagallo.

Trafelato, mi accingo ad eseguire. In un attimo sono nudo inchinato ai suoi piedi.

“Ecco” comincia lei ”adesso puoi leccarmi le scarpe, dico leccare e non baciare, bada bene”.

Mi accingo a leccarle il cuoio delle calzature.

In questi momenti non cesso, sebbene molto frequenti, di sentire tutto me stesso strizzato da un piacere infinito. Io, nudo, nel salotto di casa, dove di consueto riceviamo i nostri amici, che mi umilio di fronte alla mia amata.

“Ora dovrai attendere sdraiato a pancia in giù mentre io mi cambio “aggiunge mia moglie “nel frattempo, parla col pappagallo”

Il buon animale, come se avesse capito, dal suo trespolo batte le ali “a pancia in giù, a pancia in giù!” ripete festoso. Attendo con il viso sul tappeto. Il naso schiacciato mi fa respirare rumorosamente. Dopo poco mia moglie rientra nella stanza. “Ti concedo di metterti in ginocchio” mi ordina. Io lo faccio e posso finalmente ammirarla: è splendida. Si è spogliata rimanendo con un reggiseno che le regge i capezzoli senza coprirli, reggicalze nero e calze semitrasparenti dello stesso colore, perizoma assente con la sua divina figa rasata esposta al mio sguardo, sandali col tacco alto a mettere in risalto i suoi piedi stupendi. Nella mano destra stringe l’impugnatura di un gatto a nove code.

“Su, mettiti carponi, che ho una sorpresa per te” ordina con la sua voce dolce e autoritaria insieme. “Non dimenticarti, sono 79”. Detto questo posa la frusta sulla mia schiena e scompare di nuovo nell’altra stanza. Cosa riserverà per me? Fermo nella posizione da lei voluta me lo chiedo con un misto di preoccupazione e di eccitazione. Ecco che ritorna, portando tra le mani una zucca vuota, incisa in modo che compaiano una bocca e due occhiacci cattivi. “Dolcetto o scherzetto? Oggi è Halloween, te lo ricordi?” mi dice sorridendo splendida nella sua mise. “Ho pensato che ti farebbe piacere questo omaggio in questa notte che sarà anche la tua festa”.

“Ma cara, la notte è lunga” replico.

“Non importa, anzi, la tua punizione durerà fino a domani”.

” Ma io…” imploro “non saprò resistere tanto”.

“Dovrai” mi impone la consorte “perché alla fine… indovina”.

“Non saprei” ammetto.

“Oggi avrai lo scherzetto e domani…” nel mio cuore una esultanza di gioia. Balbetto incredulo: “Avrò il dolcetto?”.

“Esattamente amore mio, ma prima dovrai essere bravo. Intanto leccami le dita dei piedi”.

Mi precipito ad eseguire.

“Con calma, passa la lingua sullo smalto delle mie unghie. Se sarai bravo, ti farò leccare anche tra le dita”.

“Ssì signora” deliro “davvero non potrei desiderare onore più grande”.

La sua voce assume d’un tratto un tono duro: “Presto, questa zucca che ti ho portato, infilatela in testa”.

“Sì cara, tutto quello che vuoi.” Faccio come richiesto. La sala ora mi appare secondo il limite dei fori oculari. Sento il caldo del mio respiro.

“Ora caro” dice la sua voce dall’esterno “dovrai scontare la tua pena. Quante frustate abbiamo detto? Forza, contabile, ripetilo. “La cifra mi esce dalla bocca a fatica” 79″ sussurro tremebondo.

“E 79 saranno. Non temere, i tuoi gemiti saranno attutiti dalla zucca che hai in testa”.

Un attimo e giunge la prima frustata. Come consueto, ad ogni colpo devo contare.

“Uno!” urlo.” Due!” grido ancora alla seconda gattata più forte dell’altra.

“3… 4… 5!”

“E bravo il mio maritino, una piccola gioia: ogni 10 colpi dovrai dire il numero totale e poi aggiungere: “grazie padrona”.

La punizione continua: “6… 7… 8… 9… 10, grazie padrona!

I colpi proseguono, arrivano a 20, 30, 40… 50! Al che faccio per togliermi la zucca dalla testa gridando “basta pietà!”. E sfogo in un pianto di dolore. Si vede che il 50 è il mio limite fisiologico.

Ma l’adorata mi blocca. “Come osi” mi redarguisce “a due terzi interrompere ancora la punizione? Ma tranquillizzati, in alternativa, ho altri progetti per te”.

“Altri progetti, altri progetti!” bercia il pappagallo.

Sento che lei si allontana. Odo il suono della porta d’ingresso che si apre, la corrente d’aria me lo conferma.

“Vieni, vieni Sansone, vieni dalla tua padrona.” Sull’uscio sento lo scalpiccìo dell’animale che si intrufola svelto nel soggiorno. La mia adorata si rivolge al cane come se fosse umano: “Ti ricordi caro Sansone, cosa ti faccio fare quando quello straccio del tuo secondo padrone è al lavoro? Quella cosa che ormai io e lui non facciamo più?

Respiro a fatica mentre un dolore mi stritola il cuore. Dunque mia moglie, della quale da tempo sospettavo l’infedeltà, mi tradisce niente meno che col migliore amico dell’uomo? Lo stesso che affettuoso mi lecca la mano quando rincaso?

“Ma cara” la interrompo io dall’interno della zucca “non vorrai dire che…”

“Vuoi dire che! Vuoi dire che!” rinnova il beccuto.

“Sì” prosegue lei “sei cornuto del nostro cane, non lo immaginavi? Il nostro assiduo Sansone da tempo rischiara i grigi pomeriggi che io non ho nessuna intenzione di passare in tua attesa”.

Lo sbalordimento mi zittisce. Intanto mia moglie da fuori: “Hai visto Sansone, come si è conciato il tuo padroncino per le feste?”. A questa frase il cane uggiola contento.

“Su avvicinati” lo incoraggia dolcemente “non avere paura. Oggi farai al padrone quello che la padrona ti concede di fare a lei tutti i pomeriggi. “Detto questo il caro animale monta sulla mia schiena. Sento la sua pelliccia strusciarsi sulla mia schiena. Il pennacchio già duro comincia a spingere tra le chiappe, senza però che indovini la via maestra.

“Ti prego amore” piagnucolo con voce soffocata dentro la zucca “risparmiami questa umiliazione!”.

Mia moglie ha un riso argentino. “E perché dovrei? Le tue 79 frustate si sono interrotte a 50. Questo merita una punizione ulteriore, ed è appunto questa. Su Sansone, affonda, affonda – prosegue e di lì a pochi secondi sento la punta di carne cercarmi ancora lo sfintere.” Aiutalo” mi impone la mia dolce metà. Così, allungata una mano dietro la schiena, afferro il tubo di carne e me lo dirigo in mezzo alle chiappe. Non ci mette molto, il caro Sansone, a spingere al centro e ad infilarsi piano piano nel mio intestino. Si introduce a tal punto che posso sentire i suoi grossi testicoli colpirmi le chiappe. Presto il cazzo di Sansone si ritrae, ma non del tutto, per poi reimmergersi nuovamente e profondamente nel mio retro.

“E non basta” sento dire a mia moglie mentre sono stantuffato “caro mio maritino meritevole di punizione. Ora ti renderò i colpi che ti rimangono che se non sbaglio sono 21, calcandoli sulla tua schiena che non è ancora rossa come piace a me”.

Così dicendo ricomincia a colpirmi:” 51, 52, 53…” conto io a gran voce.

A questo punto, in un soprassalto di consapevolezza, vedo la situazione nel suo insieme: cosa mi sta succedendo? È presto detto. Carponi, nudo di fronte a mia moglie bellissima nel suo abbigliamento erotico che le risalta i capezzoli e la figa sublime, sto con la testa infilata in una ridicola zucca, inculato da un cane del quale, a metà con la mia padrona, sono padrone.

Cosa c’è di più delizioso? Le frustate continuano, la mia voce sempre più flebile articola:” 69, 70, grazie padrona, 71…79!

Finalmente niente più frustate, rimangono le spinte di Sansone nel mio culo, il suo peso sulla mia schiena e la stretta delle sue zampe anteriori sui miei fianchi.

L’impeto dell’animale aumenta finché, lo sento nelle viscere, mi rovescia il veleno bollente spremuto dai coglioni potenti. Terminata l’iniezione si stacca con uno schiocco. Ora rimango così, a quattro zampe, nudo sul tappeto, con la zucca infilata sulla testa, la schiena solcata da 79 colpi del gatto a nove code, di fronte a mia moglie meravigliosa che si è goduta tutta la cena e col culo pieno di sperma dell’animale.

Le lacrime di dolore e di umiliazione scendono a grappoli sulle mie guance, e, vista la posizione, gocciolano sulla parete interna della zucca.

“Dolcetto o scherzetto?” mi chiede per celia mia moglie.

“Decidi tu mia cara” rispondo io.

“Bene allora ti toglierai quella ridicola zucca dalla testa e ti accomoderai, nudo come sei, e lo dovrai fare prestamente perché nessuno ti veda, nella cuccia di Sansone.

“Sì cara” Mi dirigo carponi verso la porta che mia moglie tiene aperta. Imbocco l’ingresso della dimora canina e vi entro. Vengo accolto dal forte odore di cane. Mi giro e lascio spuntare la testa dall’apertura.

“Vieni Sansone, vieni in casa” dice all’animale che ci ha accompagnati. “La notte è solo all’inizio. Stanotte farai tu le veci del mio inutile marito” poi, rivolta a me: “Ci rivedremo domani mattina, quando potrai rientrare in casa. Non è giusto che tu sottragga per molto tempo a Sansone le sua legittima dimora!” e, prima di chiudere la porta: “Ah, dimenticavo caro, buon Halloween!”

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Paura per Laura

Posted by admin under Incontri Erotici on lunedì Ott 31, 2022

Nell’approssimarsi di Halloween mi torna in mente quella volta che Laura si prese un bello spavento. Lo scenario era davvero da notte delle streghe. Eravamo passati al cimitero per rendere omaggio ai nostri cari, era un tardo pomeriggio di inverno. Mentre deponevamo dei fiori accanto alla lapide del padre di Laura, notiamo che il custode ci si avvicina a passo spedito.

“Non potete stare qua, l’orario di chiusura è già passato”. Effettivamente, guardandoci intorno in quel lungo corridoio spettrale e poco illuminato eravamo i soli. “Ci scusi” disse Laura e ci incamminammo verso le scale per uscire da quel colombaio sotterraneo. Ci incamminammo a passi spediti, che risuonavano nel marmo che ci circondava. Ad un certo punto sentimmo la voce stridula dello stesso guardiano: “Scusate”. E poi silenzio.. ci voltammo e vedemmo quell’uomo di mezza età, con i capelli unti e un ghigno inquietante sul volto che ci squadrava. “Dica” dissi io. E lui riprese, con lo stesso sguardo inquietante: “Ce l’ho con la signora”. Laura mi guardò dubbiosa. “Cosa ho fatto?” Chiese lei. “Venga, venga giù che glielo dico”. Si reggeva ad una scopa con la quale aveva ramazzato il pavimento di fronte alle tombe fino a poco prima. Ci avviammo indietro verso quell’uomo orrendo.

“Mi segua pure.. di qua”. Ci fece camminare lungo quel corridoio infinito e deserto. Mentre camminavamo dietro di lui, ogni tanto si avvicinava ad una colonna, prima dell’alto muro pieno di 8 file di lapidi, una sopra l’altra. Da dietro la colonna, spegneva le luci del tratto che avevamo appena percorso: “Stiamo chiudendo”, disse quasi a giustificarsi. Dietro di noi, man mano si faceva buio. Solo le piccole lucine dei ceri rossi che alcune famiglie lasciavano accanto alle lapidi faceva un po’ di luce. L’uomo ci fece entrare nell’ultima ala dell’ossario sotterraneo. Sul fondo vedemmo la fine del tunnel. Spense anche l’ultima luce. Rimanemmo al buio completo. “Mi scusi ma cosa sta facendo?” Chiesi. “Ora lo vedrai”, rispose con un ghigno satanico.

Prese la scala di ferro appesa ad alcune guide sulle pareti e la spinse a fondo con forza, causando un rumore terribile e sinistro. La scala si fermò quasi a fine corsa. “Avvicinati, puttana. Là, alla scala”. Per la prima volta l’aveva insultata. Non capivamo dove volesse arrivare. Laura si avvicinò alla scala nella penombra delle piccole fiammelle dei lumini dei morti. Il guardiano prese una torcia e illuminò una lapide. “SALI TROIA”. Secondo insulto. Laura salì la scala aggrappandosi al corrimano di ferro ripidissimo. Il guardiano si avvicinò ridendo e scosse la scala. Laura si mise a gridare, perdendo l’equilibrio. Cadde in basso di due gradini, strappandosi le calze di nylon, perdendo un po’ di sangue sotto al ginocchio. Mi avvicinai e dissi: “Ma cosa sta facendo?”. Mi arrivò un ceffone fortissimo in faccia. Capimmo che qualcosa stava andando male.

Il guardiano illuminò la lapide di nuovo. Era quella di un vecchio professore universitario di Medicina. Era stato nostro docente. Laura grazie ad un giovane assistente che si scopava, era riuscita ad arrivare al vecchio professore. Lo andava a trovare ogni giorno, nel suo studio in facoltà. Al professore piacevano le studentesse giovani e aveva una passione per il sesso anale. Laura ogni pomeriggio gli offriva il suo orifizio anale e finì per prendere 30 al suo esame, senza aver aperto il libro. Aveva sempre mantenuto una grande venerazione e riconoscenza per quel vecchio professore, al punto che quando lo andava a trovare, mi aveva raccontato di slacciare la camicetta e mostrare alla foto sulla lapide le sue tette come tributo post mortem.

“Ti ho visto puttana, fargli vedere le tette a quel vecchio. Che schifosa che sei. Te lo scopavi?” E scosse di nuovo la scala. Laura rimase appesa per un braccio e iniziò a scivolare. Mi avvicinai per reggerla ma il guardiano mi sferrò un calcio negli stinchi tale che mi accasciai. “Rispondi puttana” e scosse la scala di nuovo.

Laura cadde a terra da una bella altezza. Dopo essersi ripresa si alzò traballando e rispose: “Sì, lo scopavo”. Il guardiano si avvicinò, le aprì il cappotto, e le strappò il maglione e la camicetta. Le abbassò con forza il reggiseno, con una veemenza tale da graffiarla con le unghie sulla tetta di destra. Rise quel guardiano maledetto. Si voltò verso la lapide del professore: “Godevi eh, con sta mignotta. Ora ti faccio ricordare qualcosa, vecchio rincoglionito”. Laura gli disse con un filo di voce rotta dalla paura: “Non può sentirti”. Il guardiano si irritò e le strinse la vagina nelle mani. Stringeva le grandi labbra da sotto la gonna, a stretto contatto con le mutande. “Zitta cagna”. La spinse terra e Laura cadde in ginocchio. Le strappò le mutande e disse: “Me la preparo per bene sta figa adesso”.

Il guardiano si avvicinò alla prima lapide vicina e prese il lumicino acceso nel porta lume in plastica rossa. Glielo ficcò a forza nella vagina. Ero lì a guardare mia moglie, orrendamente violata nella sua vagina da un lumicino da morto, ancora acceso. La fiammella si avvicinava e si allontanava mano a mano che il guardiano spingeva dai lati il piccolo cero nella sua figa pelosa.

Conoscevo bene le espressioni di Laura e vedevo che iniziava a provare piacere benché si lamentasse del dolore. Ma mia moglie è così: piacere e dolore sono legati indissolubilmente per lei. Il guardiano prese il lumicino e lo tolse dalla vagina di Laura. Lo lanciò in mezzo al corridoio della trincea di tombe. Si slacciò i pantaloni e tirò fuori un pene enorme. Un po’ curvo ma gigante. La penetrò in breve tempo. Le iniziò a dare colpi fortissimi.

Laura si lamentava ad ogni colpo, con la testa che sbatteva sul pavimento freddo di marmo in quel cimitero buio. Ad un certo punto il guardiano si avvicinò al viso di Laura, togliendolo dalla vagina e venendole in faccia. Uno, due, quattro, ben sei fiotti di sperma sul viso. Le mise una mano aperta sulla faccia, spalmandole bene la sborra sul viso. E poi disse: “Rivestiti cagna. Questo è un luogo dove bisogna portare rispetto. Si viene a pregare non a fare la troia. Guardati”. Se ne andò senza salutarci, tirandosi su la lampo dei pantaloni e accendendosi una sigaretta.

Laura si avvicinò a me nel buio: “Aiutami. Sono piena di sperma e dolorante. Mi ha sfondata”. Lo avevo tirato fuori già mentre lui la stava sbattendo forte sul pavimento. Mia moglie si avvicinò a me, aggrappandosi al mio braccio in cerca di conforto. E si accorse presto però che mi stavo masturbando. Si appoggiò al mio petto. Sentivo i capezzoli contro il mio impermeabile. E soprattutto sentivo l’odore dello sperma del guardiano sulla sua faccia a pochi centimetri dal mio naso… stava piangendo dallo spavento. Singhiozzava forte. Mi faceva tenerezza così usata, sporca ed impaurita. Le misi la sinistra sui capelli, perché con la destra mi stavo ancora vigorosamente masturbando. Lei pensò in una carezza e mi guardò. Dalla penombra in cui eravamo, vidi uno sguardo rasserenato. Mi sorrise, pensando la stessi per coccolare. Ma la foga del piacere era più forte. Con la mano dietro la nuca, sui capelli, iniziai a spingerla, a forzarla verso il basso. Lei capì e si inginocchiò. Piangeva ancora ma con la bocca aperta in sommessa attesa del mio sperma. Venni in bocca di Laura copiosamente, ero eccitatissimo.

Laura fece per rialzarsi ma le dissi: “Bevi” e ingoiò il mio sperma. Poi presi dal suo viso quanto non si era già asciugato della venuta del guardiano e gliela spinsi in bocca con l’indice. Ingoiò anche quella. Al che le dissi: “Andiamocene via, questo posto è sinistro… e tu sempre più troia”.

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