Il bisogno di un uomo

Allorché si acquieta un poco le vado vicino, sdraiandomi accanto a lei; le accarezzo i capelli sopra alle tempie, le sussurro all’orecchio le cose più dolci che mi vengono in mente.

– Sei meravigliosa, Debra, sei bellissima così, sfatta e a occhi chiusi. Non sai cosa provo per te: sento un’enorme dolcezza nei tuoi confronti, un piacere inconfondibile a starti così vicina.

Lei sembra riscuotersi, spalanca gli occhioni azzurri, li sbatte verso di me, quasi stupita di essere segno di parole così toccanti. Se non fosse per la pancia, con l’ombelico e la sua pietrina ancora agitati, la si direbbe appena sveglia.

– Vuoi qualcosa da bere, amore?

– Cosa ci potremmo bere assieme?

– Ti va un succo di pomodoro condito?

– Sì, dai, andiamo in cucina.

E detto fatto si alza, ripassa nel salottino, calza le sue scarpe e si avvia nuda verso la cucina. Io preferisco girare a piedi nudi e la seguo. Lei apre il frigorifero, trova le lattine e le apre. Io prendo i bicchieri. Ci versiamo le bibite e le condiamo con un po’ di pepe e sale, poi beviamo sedute e guardandoci negli occhi. In quello sguardo non c’è solo la riconoscenza per il piacere appena provato: c’è anche la promessa di nuovi traguardi che dovremo tagliare assieme, come se tutti i tabù dovessero essere abbattuti proprio questo pomeriggio. È tale il piacere di essere qui assieme, solo noi due, che tutto il resto passa in secondo piano e ciascuna vorrebbe dare all’altra tutta se stessa.

– A cosa pensi? – mi chiede.

Debra, io credo che abbiamo appena incominciato e che non dobbiamo avere paura di noi stesse. Io voglio darti tutta me, voglio andare oltre la misura. Voglio sostituirmi a un uomo e dimostrarti che tra noi non ce n’è bisogno. Non mi chiedo che rapporto potremo avere dopo di oggi. Se non ci vedremo mai più, se abiteremo assieme come amanti, se ci saranno uno o due uomini tra di noi. Vorrei che le cose andassero come devono andare.

– Anch’io voglio tutto questo, Matilde. Ora, però, torniamo a fare l’amore?

Ci alziamo, lei sempre sui suoi tacchi, e ci dirigiamo ancora verso il letto, dove ancora ci abbandoniamo. Ma questa volta è lei a prendere l’iniziativa e si rivolge, decisa, imperiosa, verso la mia figa. Io gliela spalanco davanti e nello stesso tempo cerco la sua. Il classico «69». Quante volte con un uomo ho provato le delizie del «69». Farsi leccare e nello stesso tempo accettare in bocca, fino al palato, un cazzo duro e voglioso di essere succhiato e leccato. Ma non troppo, perché non mi piace tanto quando mi vengono in bocca, più che altro perché la vera trombata o è sospesa o è rimandata a un’altra volta. L’arte è di godere alle leccate di figa facendo sopravvivere il maschio fino al momento opportuno, eccitandolo bestialmente senza farlo sborrare oltre ogni controllo.

Qui invece è tutto diverso. Ci do dentro con la lingua senza risparmio, cercando di non tralasciare niente di quello che vorrei mi fosse fatto. E che mi è fatto, nello stesso tempo. Quando succhio e titillo il clitoride di Debra, sento che la sua lingua va più giù che può e mi scava a fondo; quando le entro io con la lingua nella figa, sento che lei si concentra sul mio bottoncino.

E godiamo, senza orgasmo, senza potercelo dire a voce alta, semplicemente infierendo a nostra volta e agitando il bacino senza più controllo.

Ma verso la fine dell’esplosione, che arriva ed è lunga, quasi a un segnale, ci stacchiamo, pena l’infarto. Ansimando, ci guardiamo; poi ci baciamo sulla bocca per sentire il sapore più nostro, ci titilliamo con le lingue. Le nostre dita s’incontrano, poi si dirigono verso le fighe, per entrare, per continuare a godere così, mentre ci baciamo.

È il momento di tirare fuori i miei giocattoli. Posseggo due vibratori cosiddetti anali, due centimetri di diametro, che uso indifferentemente. Poi ho un dildo in lattice, simile al cazzo vero anche come dimensioni, che uso assai raramente, in genere quando non sono da sola.

Masturbarsi di fronte al compagno con quel coso è fonte di grossa eccitazione per entrambi: sembra quasi quello di un altro uomo. E non c’è dubbio che questo provochi un ampliamento della voglia, una fantasia erotica della donna con due uomini al suo servizio, una fantasia maschile di avere lì accanto la più troia di tutte.

Così mi alzo, li estraggo dal cassetto e li mostro a Debra, cha a questo punto non aspettava altro. Masturbarsi con le dita è bello ma, al nostro stato di eccitazione, non sufficiente. Accendiamo i due piccoli, ci accovacciamo con la schiena ai guanciali e a gambe aperte ciascuna di noi s’introduce il rispettivo vibratore. Ci guardiamo: l’attesa non è lunga, dopo tanto venire senza penetrazione, questo su e giù ci sballa in pochi secondi.

Veniamo urlando nello stesso momento e stringiamo le cosce sui nostri tesori. Ma non ne abbiamo ancora abbastanza. Debra si alza e afferra il dildo grosso, appoggiato lì sul mobile. Lo lecca, ritorna sul letto, se lo infila guardandomi con aria di sfida, come può fare solo una gran troia, poi incomincia a muoverselo dentro, pian piano, come perdendosi in suo mondo. Io la guardo, ma nello stesso tempo le parlo: – Guarda, Debra, adesso mi tolgo anch’io il vibratore dalla figa e me lo infilo piano nel culo. Guarda, guarda, faccio questo per te e perché tu mi lecchi la figa mentre io mi spacco il culo con quest’affare.

Detto fatto, metto in pratica: lei mi guarda come in sogno, io le raggiungo il clitoride con la bocca e succhio, mentre lei si spinge il dildo su e giù come impazzita, dicendo che a lei piace il cazzo, quello vero; allora, per farla tacere, le metto la mia figa in bocca, mentre lei mi spinge nell’ano il vibratore. E andiamo avanti così fino a che non montiamo un orgasmo da far impallidire gli altri e che non può che essere l’ultimo, da tanto che è potente e soprattutto spossante.

Non abbiamo più forze, neppure quella di toglierci di dosso gli oggetti ingombranti, che pian piano scivolano via sul lenzuolo, uno dei quali ancora lì a vibrare.

– Ti amo – le dico.

– Anch’io ti amo, Matilde. Quello che abbiamo appena fatto per me è stato il sesso più sconvolgente della mia vita. Però…

– Però?

– Però ho bisogno di un uomo. Pensa, Matilde: se continuiamo così, noi due ci uccidiamo a vicenda. Ma, siccome non voglio rinunciare a te, e proprio non ci penso neppure, l’unica soluzione è coinvolgere un uomo, da amare entrambe. Anche tu pensi che ce la possiamo fare?

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